rock’n'roll
February 29, 2012
Una forma è buona, se è. Una forma è cattiva, se sembra.
February 21, 2012
Come ho ripetuto spesso in queste pagine, credo che un progetto si realizzi individuando via via ciò che è prioritario. Dato che, a mio avviso, deve innanzitutto essere utile a tutti, fin dalle prime volte in cui mi sono trovato ad andare alla radice delle cose, ho battuto la testa contro la questione etica. E successivamente, quell’orizzonte di riferimento è rimasto sempre costante in ogni mio percorso.
Devo, però, fare una precisazione. Alla televisione e sui giornali vedo usare in continuazione la parola “etica”, che ha il significato di “morale collettiva”, ma ho il sospetto che venga confusa con le morali che io chiamo di tipo “familiare”. Vale a dire, che corrispondono agli interessi, ai bisogni, alle convenzioni (consce e inconsce) di piccoli o grandi gruppi sociali. Sto parlando di codici di comportamento di tipo religioso, ideologico, finanziario o persino criminale. Queste morali “particolari” giudicano l’eticità unicamente in base ai propri valori, ma così facendo la circoscrivono solo una parte di noi, non la applicano a tutti. Sono invece convinto che, nel contesto della storia, il bene collettivo riguardi la consapevole trasformazione dell’umanità nel suo complesso.
Ogni progetto si misura inevitabilmente con problemi di mercato, imprenditoria, conoscenze tecniche, consenso del pubblico. A ogni passo, devo capire qual’è la cosa da approfondire. Nella materialità del fare, è importante che, per costruire una sedia, abbia il chiodo giusto e sappia come piantarlo. Faccio una scelta. Perchè dico che è sempre di tipo etico? Perchè realizzando la mia sedia, comunico qualcosa che è anche un insieme di valori. Perchè eliminando ciò che è banale (“si dice di ciò che è convenzionale, ovvio, volgare” spiega il dizionario), compio una buona azione.
Ma se tanti uomini pensano banalità – che per me è frutto e sinonimo di ignoranza, cioè dell’incapacità di un individuo di comprendere ciò che va al di là del suo puro sopravvivere – e sono felici, per quale ragione pretendo di influire su questo loro atteggiamento?
Già nell’antichità – quando la popolazione era suddivisa in due classi: un piccolo numero di cittadini, con diritto e accesso alla cultura, e una moltitudine di schiavi – o nel Medioevo – con l’aristocrazia e i servi della gleba -, l’ignoranza era un condizionamento di massa. Tuttavia, oggi, mi sembra che stia dando l’assalto a tutti gli spazi del potere, travolgendo politica e cultura.
Cosa può fare allora un progettista? Evitare di girare la testa dall’altra parte, perchè rinchiudersi nella propria nicchia è un suicidio. Anche volendo sacrificarsi a accettare di mangiare solo estetica e pane secco, il suo spazio vitale si ridurrebbe comunque, se non provasse a cambiare le cose su un piano più generale.
Quando affermo che sarebbe giusto tornare a una società più spartana e più autarchica, introduco valutazioni etiche. Producendo le cose semplici che servono alle necessità della vita, si è più felici, mentre ormai sembra che l’unica felicità stia nell’ossessivo possesso delle merci.
Spero sempre di incidere sui comportamenti di qualcuno, che farà altrettanto con altri, e così via. La mia anomalia si basa su questo ostinato filo di ragnatela…
Enzo Mari, 25 modi per piantare un chiodo
proust
February 20, 2012
Il vero viaggio di scoperta non è vedere nuovi mondi ma cambiare occhi
mercoledì magro
February 15, 2012
te l’ho detto che non avrei fatto tardi
tu hai fatto tardissimo già alle undici
le cose che amanda non vuole: il suo moroso che si fa trastullare la barba dalla splendida amica di amanda e lui che le dice che neanche amanda gli tocca la barba così.
tutti avreste fatto meglio di me ad avere reazione di amore universale, io schiaffi.
vuoi che ti spiego meglio perchè le mie amiche sono tutte troppo fighe per te e non te le faccio conoscere perchè immiserisce che fai il cascamorto con loro?
gli uomini? non sono affatto tutti uguali (neanche da ubriachi)
candelora candelora
February 2, 2012
Tre anni fa si presentò alla cena sociale di un club con un vestitino rosa «che – testimoniano i presenti – era poco più di uno straccetto, ma indosso a lei appariva clamoroso». «L’ho messo la prima volta il giorno del mio fidanzamento», confessò.
La Stampa, sull’erede 80enne dei Borsalino
Ho visto tanta neve. Non finisce mai di incantarmi, non la considero più il mio elemento. Non sogno più paesaggi ideali, ne intendo attaccarmici. Alla fine tutti i paesaggi si trasformano in terra, l’oro dell’immaginazione nel piombo della realtà. Non riuscirei, a differenza di tanti altri esuli come me, a vivere in una bifamiliare di periferia; non riuscirei a fingere nemmeno con me stesso di fare parte di una comunità o di mettere radici. Preferisco la libertà del mio albergo fuori mano, l’assenza di responsabilità; mi piace la sensazione che tutto sia precario. Sono circondato da case come quelle della fotografia che avevo osservato nella soffitta di Mr Shylock, e il moto di sentimentalismo di allora mi mette a disagio. Quelle case, ora, le vedo appena e non penso mai alla gente che ci vive. Non cerco più di trovare la bellezza nella vita dei miserabili e degli oppressi. Odio l’oppressione; temo gli oppressi.
V.S. Naipaul, I mimi, 1967
