September 22, 2011

night bus driver, israele


night bus driver, israele

April 27, 2011

Al di sopra del lago è il vento: l'immagine della verità interiore (VS.) Cielo e acqua vanno in direzioni opposte: l'immagine della lite.

mil

April 26, 2011

inside moscova

la chiara valle

April 25, 2011

via dionigi on wheels

alberi #1

February 9, 2011

alberi_ss 412 della val tidone

alberi_ss 412 della val tidone

alberi_ss 412 della val tidone

alberi_ss 412 della val tidone

في التوحيد

January 20, 2011

a star dune in the great sand sea, egypt, 2008

Del tutto diverso è il caso di quei paesi in cui il sole, con la sua intensa radiazione, assorbe per così dire in sé tutte le cose, facendole scomparire al suo cospetto come la molteplicità scompare di fronte all’Unità, non perchè quella cessi di esistere secondo la sua modalità inerente, ma perchè tale esistenza è rigorosamaente nulla rispetto al Principio. Così, l’Unità diviene in certo qual modo percepibile: quel sole abbagliante è l’immagine dell’occhio di Shiva, che riduce in cenere ogni manifestazione. Il sole si impone qui a simbolo per eccellenza del Principio Uno (Allah Ahad), che è l’Essere necessario, Colui che solo è sufficiente a Sé stesso nella Sua assoluta pienezza (Allah es-Samad) e dal quale dipendono interamente l’esistenza e la sussistenza di tutte le cose che al di fuori di Lui non sarebbero che il nulla. Il monoteismo, se ci è consentito usare questo termine per tradurre et-tawhid, quantunque ne restringa un po’ il significato facendo pensare quasi inevitabilmente a un punto di vista esclusivamente religioso, il monoteismo, dicevamo, ha dunque un carattere essenzialmente “solare”. In nessun luogo esso è più percepibile che nel deserto, dove la diversità delle cose è ridotta al minimo, e dove, al tempo stesso, i miraggi fanno apparire tutto quel che ha di illusorio il mondo manifestato. Là, l’irradiazione del sole produce le cose e di volta in volta le distrugge; o piuttosto – poichè è inesatto dire che le distrugge – le trasforma e le riassorbe dopo averle manifestate. Non si potrebbe trovare un’immagine migliore dell’Unità che si dispiega esteriormente nella molteplicità senza cessare di essere sé stessa e senza esserne modificata, e che poi riconduce a sé, sempre secondo le apparenze, quella molteplicità che, in effetti, dall’Unità non è mai uscita, poichè nulla può esservi al di fuori del Principio, nulla vi si può aggiungere e nulla sottrarre, essendo Quello l’indivisibile totalità dell’Esistenza unica. Nell’intensa luce dei paesi d’Oriente basta vedere per comprendere queste cose, per coglierne in modo immediato la verità profonda; e soprattutto pare impossibile non comprenderle così nel deserto, dove il sole traccia i Nomi divini in lettere di fuoco nel cielo.

R. Guenon, Et Tawhid in Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo

val tidone 1.11

val tidone 1.11

A glimpse of such sweet life
I saw when, from the melancholy walls
Of Goslar, once imperial, I renewed
My daily walk along that wide champaign,
That, reaching to her gates, spreads east and west,
And northwards, from beneath the mountainous verge
Of the Hercynian forest. Yet, hail to you
Moors, mountains, headlands, and ye hollow vales,
Ye long deep channels for the Atlantic’s voice,
Powers of my native region! Ye that seize
The heart with firmer grasp! Your snows and streams
Ungovernable, and your terrifying winds,
That howl so dismally for him who treads
Companionless your awful solitudes!

-William Wordsworth, The Prelude, BOOK VIII, Retrospect – Love of nature leading to love of man

val tidone 1.11

val tidone 1.11

val tidone 1.11

val tidone 1.11

viva cuba!

November 17, 2010

tomando una malta, cuba 3.2006


en 5 años ya no será igual, cuba 3.2006

zipo, oax, settembre 2000

Non mi ricordo come si chiamasse, so che aveva origini algerine e faceva del commercio, lo incontrai a Zipolite molti anni fa.
Un uomo che ancora posso riportare alla memoria per la pulizia dei modi di fare, l’innocuità della presenza.
Allora lui viveva 6 mesi in centroamerica con i soldi guadagnati dalla vendita di artigianato messicano in micronesia, e gli altri 6 mesi in polinesia con i soldi guadagnati dalla vendita di pietre polinesiane in centroamerica. Mi fece sembrare la vita molto semplice aveva si occhi profondi, ma un intelligenza viva che mi appariva priva di turbamenti.
Quella volta mi introdusse l’oceano pacifico e li dalla “playa de los muertos” ci siamo entrati. Nuotammo lui più sereno di me.

*Immanuel Kant, Antropologia pragmatica

TRE (3/3)

May 13, 2010

In tre, dicevo, si può anche fare una festa. Perchè si è già in tre, e la festa ha un senso caotico. L’abbiamo fatta stasera, per il mio compleanno. Siamo al Desierto de los Leones, Ciudad de Mexico. Viviamo nella dependance, la casa è di un’amica del padre di Dominik. Siamo arrivati in una stazione rumorosa, una delle quattro principali stazioni degli autobus della città. Dominik ha chiamato questa tizia, non la conosceva, ma lei conosceva lui o meglio suo padre. Abbiamo cercato un taxi non abusivo perché ci hanno avvertito che ti uccidono sui taxi abusivi, ma non so se è vero. Sta di fatto che siamo arrivati qui. E nel nostro appartamento di questa villa, abbiamo messo un po’ di musica, acceso delle luci vicino al pavimento, superalcool en la mano, facciamo una festicciola per il mio quarto di secolo.

Un’altra cosa significativa delle situazioni che mi si presentano e che vale la pena prendere in considerazione è che io conosco un sacco di uomini. Non credo sia solo questione di seduzioni varie, è proprio che in questa fase della mia vita incontro uomini, conosco uomini, imparo dagli uomini e via dicendo. Anche a New York: c’erano in giro un sacco di donne, è normale, ma io ho inciampato in abbastanza uomini.
Un giorno per esempio prendemmo un autobus sgangherato per arrivare a Puebla. Una volta persa la strada principale, e gli angeli di riferimento, mi sono ritrovata ad un tavolino del bar della Casa della Cultura di Puebla, con un uomo nuovo, un professore di archeologia, un tipo di quelli interessanti da rimanere ad ascoltarlo per ore, Salvador Navarrete. La Casa della Cultura è un bellissimo posto e il pomeriggio è stato raggiante. A volte le persone si incontrano e non succede praticamente nulla se non allo strato superficiale del cervello. Così ci lasciammo andare via e andai a comprare dei francobolli e poi dei dolci e poi trovai gli altri che aspettavano l’autobus della notte per Oaxaca.

Ma ora è il giorno dopo il mio compleanno e siamo ancora al D.F. (il Distrito Federal è Città del Messico). Due di noi tre hanno preso informazioni sull’unico treno che ancora parte dalla città, ovvero l’unico treno passeggeri che ancora gironzola in tutto il paese. Il treno che copre un centinaio di chilometri, quelli che separano il D.F. da Apizaco, che è sulla strada per Puebla, che a sua volta sta sulla strada per Oaxaca (stiamo in effetti seguendo un percorso che però in questo momento puntuale non è ancora stabilito). Ora, io non so perché questo treno esista ancora e perché lascino aperta una stazione enorme solo per fare partire questo treno tre volte a settimana. Anche questo succede a volte e quando succedono le cose si corre il rischio che ti capitino, e questo mi è capitato.
L’alba del giorno dopo il mio compleanno arriva presto e noi abbiamo dormito forse due ore. Abbiamo prenotato un taxi che ci passa a prendere alle 5.00. L’aria è fredda perché siamo su un altipiano ed è praticamente notte. Scendiamo in macchina una strada molle, tonda, fatta di sole curve, il taxi va lento e lo spettacolo è stordente. Tutt’intorno a noi a perdita d’occhio ci sono le luci di una città gigantesca. E scendiamo stretti allo stupore di non vederne la fine.

Quando arriviamo a destinazione è subito chiaro che siamo i soli avventori nell’intera stazione dei treni. La stazione è inverosimilmente grande ed è anche inverosimilmente vuota e brillante. Prima ci si accorge che non ci sono persone e poi ci si accorge che non c’è neppure un rumore e i nostri passi risuonano, addormentati come siamo, unici e pesanti. Ci guardiamo increduli per un po’, le porte sono aperte ma dentro non ci sono ferrovieri, signorine del bar, biglietterie, niente, c’è spazio vuoto tutto marmo e grandi lampadari di cristallo e sembra che da un momento all’altro debba animarsi tutto e si debbano materializzare delle persone agghindate in un modo.
Invece anche dopo un minuto non succede niente e allora sfoderiamo dei biscotti e del succo di qualcosa e io ho comprato delle banane proprio fuori dalla metrò, qualcuno si addormenta per qualche minuto.
Le panche sono grandi di legno scuro e lucido e il pavimento di marmo beige. L’atrio ricorda un po’ Milano centrale, è solo più grande. Così in quest’atmosfera sospesa a un tratto sale una musica swing, penso sia swing è una musica suonata da una grande orchestra, forse charleston, però messicano, ma non saprei dire, fatto sta che arrivava e rimbombava subito abbastanza forte, io fatico a masticare e anche fisso il pavimento immobile. Poi mi guardo in giro e ho un po’ di brividi, vorrei fermare il momento ma poi come fai? Così faccio come se niente fosse e seguo la musica alla fine di un corridoio fino a rendermi conto che la fonte è una piccola radiolina, mono, appoggiata sul lavandino dei bagni. E una signora si infila dei guanti fino al gomito e inizia a fare le pulizie. Ma è pazzesco penso, mi domando per chi mai lo stia facendo che noi di là siamo solo in tre e stiamo già ripartendo.

mehico>apizaco, legno e velluto, sept 00


mehico>apizaco, l'ultimo treno, sept 00


mehico>apizaco, christoph, sept 00

mehico>apizaco, prohibido fumar, sept 00

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